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giorgio

Hollande assume un esperto di rap come autore dei suoi discorsi

François Hollande, il presidente francese che nelle ultime settimane ha fatto parlare di sé per il triangolo amoroso che l'ha coinvolto insieme a Julie Gayet e Valerie Trierweiler, ha assunto un esperto di musica rap come autore dei suoi discorsi pubblici: si tratterebbe di Pierre-Yves Bocquet, un uomo che conduce una vita divisa a metà tra il giornalismo musicale e la scrittura di testi per canzoni rap (in questa attività è noto con il nome d'arte di Pierre Evil).

Laureato all'École Nationale d'Administration a Strasburgo, una delle migliori per quanto riguarda la formazione dei dipendenti pubblici, Pierre-Yves Bocquet lavora all'Eliseo ormai da ventiquattro anni, ma nessuno (almeno fino a poche ore fa) era a conoscenza del fatto che Pierre-Yves Bocquet e Pierre Evil fossero la stessa persona. Autore del libro "Gansta - Rap" (pubblicato nel 2005), Bocquet è anche l'ideatore di un documentario sulla cultura hip-hop e sulla sua relazione con la comunità nera d'America. Raggiunto telefonicamente da un quotidiano francese, in merito al suo nuovo incarico il critico/rapper ha commentato con queste parole: "L'unica persona che scrive discorsi per François Hollande è François Hollande. Il mio ruolo è solo quello di aiutarlo a prepararsi".

 

fonte: rockol.it

Il musical dei Queen chiude a Londra

Chiude a giugno dopo 12 anni e 4600 repliche «We Will Rock You», musical con le canzoni dei Queen.

«Un grazie a tutti quelli che hanno lavorato allo show e al fantastico pubblico», hanno detto Brian May e Roger Taylor dei Queen e Ben Elton, autori dello show in scena al Dominion Theatre.

fonte: Corriere della Sera

"The Sound of Silence", cinquant'anni di Simon & Garfunkel. E un destino che incombe

Si sono lasciati e ripresi infinite volte, come una coppia di innamorati. E mentre ricorre l'anniversario della loro canzone più famosa, quella indimenticabile del film "Il laureato", Art si è ripreso dalla paresi che lo colpì nel 2010, proprio alla vigilia dell'ennesimo tour con Paul. "Ho recuperato il 96% delle mie capacità vocali. Sì, credo che torneremo insieme"

C'è chi si prende e non si lascia mai, come Mick Jagger e Keith Richards con i Rolling Stones. C'è chi si ama e poi si detesta, magari per conflittualità di ego, come capitò a Paul McCartney e John Lennon. C'è chi si nutre di odio già in famiglia e quell'odio lo trasferisce in pubblico, come è successo a Liam e Noel Gallagher che a causa dell'insano rapporto si sono vicendevolmente costretti a mettere il sigillo alla fabbrica di hit Oasis. E poi nel rock, come in amore, ci sono quelli che si prendono e si lasciano a ripetizione, e ogni volta che si illudono che la storia sia chiusa per sempre, e che sia possibile rifarsi una vita indipendente, si ritrovano abbracciati un'altra volta, più uniti di prima, senza ormai neanche la forza di domandarsi perché. Come Paul Simon e Art Garfunkel. Il 10 marzo 1964 pubblicavano "The Sounds of Silence", canzone destinata alla celebrità, per colpa soprattutto del film "Il laureato", che la adottò in un momento topico dello script, e dopo cinquant'anni di silenzi e arrivederci e addii sembrano destinati a ritornare insieme. 

"Ho recuperato il 96% delle mie capacità vocali", ha confessato Art Garfunkel a Rolling Stone, durante una recente intervista, "e non escludo di tornare con Paul Simon... Quando? Bisogna essere in due per ballare il tango. Io non voglio essere la sposa che arrossisce nell'attesa di Paul camminando lungo la navata". L'orgoglio di Art, già ferito dalla paresi alle corde vocali che, dopo un preavviso al New Orleans Jazz and Heritage Festival del 2010, lo obbligò a cancellare i 13 concerti previsti quell'anno con il vecchio sodale, ha bisogno di essere sedato. E c'è solo una persona che può farlo. Quella persona è Paul Simon, e il cinquantenario di "The Sound of Silence", che l'autore scrisse di getto (e l'interpretazione vocale di Art rese indimenticabile) già fa tendere l'ago della bilancia della storia verso l'ennesimo happy end.

D'altronde "Hello Darkness My Old Friend … " è uno degli incipit più celebri della storia del rock. Eppure "The Sound Of Silence" ebbe una vita travagliata, almeno prima che diventasse un successo entrato nella storia.
Quando è stata pubblicata la prima volta, il 10 marzo 1964, in versione acustica, si intitolava "The Sounds of Silence" (al plurale) e faceva parte del primo album di Simon & Garfunkel, "Wednesday Morning 3 A. M.". Il duo si sciolse subito dopo la pubblicazione di quell'album, che si rivelò un flop, Paul Simon inserì il pezzo nel suo primo album solista e partì per Londra.

Certo non immaginava che quella canzone sarebbe entrata nella leggenda grazie a un tradimento. Tom Wilson, uno dei responsabili creativi dell'esplosione del folk rock, produttore di Simon & Garfunkel alla Columbia ma al lavoro anche con Bob Dylan, si accorse che "The Sounds of Silence" veniva trasmessa alla radio a Boston e in alcune zone della Florida. Così, dopo aver registrato "Like A Rolling Stone", convocò i musicisti di quella storica session e, all'insaputa di Simon & Garfunkel, sovraincise le parti degli strumenti elettrici e della batteria. Risultato: il giorno di Capodanno del 1966 nella sua nuova versione la canzone arrivò al primo posto della classifica pop negli Usa.

A portarla nel mito ha contribuito poi "Il laureato", il film di Mike Nichols con Dustin Hoffman alle prese con la signora Robinson, Anne Bancroft, e sua figlia, Katharine Ross, utilizzandolo per i titoli di testa e di coda e nella scena clou della fuga in autobus dei due protagonisti. Intanto il titolo era diventato "The Sound of Silence".

Nonostante Simon e Garfunkel abbiano fornito entrambi interpretazioni lontane da riferimenti politici, all'epoca in molti lessero nel testo un chiaro riferimento al trauma provocato dall'omicidio di John Fitzgerald Kennedy. Una lettura fatta propria da Emilio Estevez, che l'ha usata nella colonna sonora di "Bobby", il film dedicato alla morte di Robert Kennedy e da Zack Snyder, che invece l'ha scelta per "Watchmen", trasposizione del graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons, per la sequenza dei funerali del "Comico", il personaggio che nel film uccide John Kennedy.

Il grande valore simbolico della canzone è comunque emerso quando Paul Simon, da solo con la chitarra, l'ha cantata al Ground Zero Memorial in occasione del decennale della strage dell'11 settembre. E sono in pochi a credere che "The Sound of Silence" non avrà altre occasioni per essere suonata dal vivo, stavolta da Garfunkel. In fondo, gli manca solo il 4% delle sue capacità vocali per essere felice. E un vecchio amico che ritrovi il piacere di lusingarlo sul palco e magari, ancora una volta, in studio di registrazione. 

Anche i precedenti parlano decisamente a favore dei fan che li rivogliono insieme, perché gli ex Tom & Jerry del pop si sono già lasciati e ripresi a ripetizione. Nel 1966 si rimisero insieme a furo di popolo dopo il boom di "The Sound of Silence", nel 1970 annunciarono l'addio poi l'anno dopo erano insieme al Central Park per un concerto che è passato alla storia. Nel 1983, dopo due anni di tour (acclamatissimo) si piantarono di punto in bianco. Ma poi tornarono inbsieme per una sola sera nel 1990, per 21 concerti nel 1993, e poi dieci dopo per un nuovo tour, che in Europa arrivò nel 2004. Infine nel 2009 cantarono al Madison Square Garden di New York per le celebrazioni della Rock'n'Roll Hall of Fame. Sembrava finita lì, invece nel 2010 ripresero la strada insieme, interrotta alla vigilia del tour americano per la maledetta paresi che colpì Garfunkel. Ma il tempo di rifarsi sul destino è vicino. Molto vicino.

fonte: La Repubblica

Max Richter: "Ho riscritto Vivaldi perché odiavo le Quattro stagioni"

BERLINO - Ricomporre Le quattro stagioni, un'idea folle. Far convivere ambient music e elettronica con il più popolare concerto della storia della musica, un sacrilegio. Eppure stando al milione di preferenze di Spotify il pubblico ha più che gradito questo Vivaldi smaltato d'avanguardia che Max Richter, compositore tedesco cresciuto in Inghilterra da quattro anni in pianta stabile a Berlino, ha pubblicato in un cd per la Deutsche Grammophon (Recomposed by Max Richter-Vivaldi, The Four Seasons). 
La platea del Barbican, a Londra, lo ha accolto con gli onori riservati a Philip Glass e Arvo Pärt. E adesso eccolo Richter, 48 anni, intellettuale blasé dall'eleganza sobria alla Wim Wenders  -  allievo di Berio, fondatore dei Piano Circus, compositore eccellente di Blue notebooks (con Tilda Swinton che leggeva Kafka) e Songs from before (con Robert Wyatt alle prese con Murakami), autore della colonna sonora di Valzer con Bashir -  che si gode l'inaspettato successo commerciale registrando un video con la Konzerthaus Kammerorchester diretta da André de Ridder (il sommo violinista Daniel Hope è entusiasta del progetto), all'interno della maestosa e suggestiva Funkhaus Nalepastrasse che dal 1956 al 1990 fu sede della Rundfunk der DDR, la radio pubblica della Repubblica Democratica tedesca. 
"Non c'era bisogno di riscrivere Vivaldi, sono d'accordo con lei", dice Richter in una pausa, "ma si trattava di un'esigenza personale. Sono sempre stato innamorato delle Quattro stagioni, fin da piccolo. Poi crescendo ho incominciato a sentirle ovunque, nei centri commerciali e negli ascensori, nelle segreterie telefoniche e in pubblicità. A un certo punto ho smesso di amarle, le ho odiate anzi. Riscriverle è stato come guidare attraverso un meraviglioso paesaggio conosciuto usando una strada alternativa per apprezzarlo di nuovo come la prima volta".
Potrebbe essere frainteso e tacciato di presunzione.
"Tutti sulla carta hanno odiato e avversato l'idea; tutti hanno adorato il progetto dopo averlo ascoltato, soprattutto i giovani".
Com'è cresciuto musicalmente?
"Ho avuto un'educazione rigorosamente classica: lezioni di pianoforte, diploma di conservatorio, stage e borse di studio, poi il lavoro con i Piano Circus come pianista di musica contemporanea. Ho sempre composto, fin da piccolissimo, anche se non su carta, anche quando neppure sapevo che la musica potesse essere scritta. Era tutto nella mia testa, mandavo a memoria partiture complesse, una sorta di disturbo compulsivo di natura ossessiva".
Gli anni di conservatorio furono soffocanti per uno spirito libero?
"L'insegnate di composizione deve avermi odiato. Ero decisamente apatico e polemico".
Più entusiasmante la sua esperienza fiorentina con Berio.
"Luciano era un genio, compositore meraviglioso, artista completo. Fra noi c'era una comunicazione perfetta, riusciva a capire le mie intenzioni anche se non ero riuscito ad esprimerle compiutamente. Aveva un intuito straordinario e un livello di conoscenza fuori dal comune, scioccante persino".
Come si è evoluta la sua musica dall'esperienza con i Piano Circus a oggi?
"A un certo punto, negli anni Novanta, il crossover mi sembrò un passo naturale, inevitabile, anche perché nel campo dell'elettronica i compositori contemporanei e quelli di musica dance usavano gli stessi strumenti, creando una inevitabile convergenza intorno a una comune forma di minimalismo. Per me fu una sorta di liberazioni dagli schemi dell'accademia, un'apertura eccitante, una reazione alle etichette".
È questo quel che intende quando dice di essere un compositore di protesta?
"Lo dissi all'epoca in cui fu pubblicato Blue notebooks, un'opera contro la guerra in Iraq. Mi sentivo una sorta di Bob Dylan. Ma la musica e l'arte in generale possono sopravvivere e avere senso anche senza motivazioni politiche".
Fare musica, dice lei, è un processo fisico e mentale. Questo èpiù evidente nel mondo del rock che nella classica. Ha mai avuto la tentazione di affermarsi come artista pop?
"Diffido delle etichette. Prenda una band come i Radiohead: fanno pop o contemporanea? EKind of bluedi Miles Davis? E i Beatles? Credo sia ora di ridefinire i canoni della musica classica".

fonte: La Repubblica

Gli artisti inglesi alla UE: 'Sul digitale vogliamo il 50 % delle royalty'

Dalle aule giudiziarie la guerra delle royalty sbarca anche sui tavoli dell'Unione Europea. La federazione britannica AMP (Artists, Managers, Performers), che allea la Musicians' Union, il Music Managers' Forum e la Featured Artists Coalition (ne fanno parte anche i Radiohead e gli ex membri dei Pink Floyd), ha inoltrato alle autorità comunitarie una proposta di modifica alla normativa europea sul copyright invocando una spartizione paritaria tra artisti ed etichette, 50/50, sulle somme incassate per il download e lo streaming di brani digitali.

"Per una casa discografica non è più necessario sostenere i costi di produzione, stoccaggio e distribuzione del prodotto fisico", ha spiegato il Segretario Generale della Musicians' Union John Smith. "In epoca pre-digitale gli artisti accettavano il fatto che questi costi giustificassero in qualche modo un tasso di royalty ribassato. Ma nessuna di queste spese è associata allo streaming: perché allora le case discografiche continuano a pagare una royalty basata sulla vendita dei supporti fisici?". Il co-amministratore delegato della Featured Artists Coalition Crispin Hunt ha aggiunto che gli artisti si aspettano completa trasparenza nella contabilità dei ricavi digitali, "inclusi gli introiti pubblicitari, le tariffe di accesso ai cataloghi, gli anticipi non recuperati e ogni altra entrata basata sul valore delle licenze degli stessi cataloghi, e con riferimento a qualunque futuro accordo con terze parti che incida sui loro guadagni". "L'industria", ha concluso Hunt, "dev'essere in grado di sostenere i suoi investimenti nella musica, ma allo stesso tempo artisti e interpreti devono essere in grado di sostenere i loro investimenti nella creatività":

La tipica royalty pagata sulle vendite dei cd, e tuttora applicata da molte case discografiche ai ricavi digitali, varia - a seconda della forza contrattuale dell'artista - tra il 10 e il 20 % del prezzo di vendita.

fonte: www.rockol.it

Ricerca Usa: 'Addio alla coda lunga, nella musica prosperano solo le superstar'

Il titolo della ricerca non potrebbe essere più chiaro: "The Death of the Long Tail": The Superstar music economy". In altre parole l'autore - l'esperto  Mark Mulligan di MIDiA Consulting - raffredda le residue speranze di chi confidava nell'avverarsi della famosa teoria della "coda lunga" profetizzata da Chris Anderson (secondo cui anche gli artisti "minori" o di culto si sarebbero avvantaggiati delle possibilità offerte dalla distribuzione digitale in termini di ubiquità e disponibilità dei cataloghi musicali), sostenendo che le cose vanno esattamente in direzione contraria. "L'industria musicale", scrive Mulligan,"è una 'superstar economy': vale a dire che una piccolissima percentuale degli artisti e delle opere vale una fetta sproporzionatamente grande di tutti i ricavi". "E non si tratta di una distribzione 80/20 sul modello della legge di Pareto", aggiunge l'analista americano, "ma di qualcosa di molto più drammatico: l'1 % degli artisti di maggior successo vale il 77 % dell'intero fatturato della musica registrata". La percentuale varia a seconda dei tipi di prodotti e servizi musicali, ma non di troppo: si va dal 75 % sui supporti fisici (cd e vinile) al 77 % dei download, dal 79 % dello streaming all' 87 % degli altri ricavi digitali.

Un'economia totalmente sperequata, insomma, frutto di quella che Mulligan definisce una "tirannia della scelta": più aumentano le possibilità, più i consumatori si adagiano sui nomi familiari e risultano meno inclini ad esplorare (in barba a tutti i sistemi di raccomandazione e di scoperta musicale affinati dalle piattaforme di streaming).
Unica nota positiva, osserva Paul Resnikoff su Digital Music News, è il fatto che nel loro complesso gli artisti guadagnano più, in percentuale, rispetto a quindici anni fa: dal 13 % degli incassi da musica registrata si è passati al 17 %. Ma ovviamente anche in questo caso sono sopratttutto le superstar ad avvantaggiarsene.

fonte: www.rockol.it

QUALCHE DOMANDA SUL "LIRICO"

L’11 febbraio a Palazzo Marino il Comune ha presentato il progetto di ristrutturazione del Teatro Lirico, con grande risalto per il passato della struttura: spesa prevista 16,5 milioni di euro. E provocatoriamente chiedo: è proprio necessario riaprire il Lirico? Sarà concorrenziale con altri Teatri Europei? Attirerà compagnie internazionali? Pubblico Internazionale? Si sosterrà economicamente senza bisogno di accedere al Fondo unitario dello spettacolo che forse neanche esisterà più? 
Qualcuno si è posto queste domande prima di stanziare 16,5 milioni di denaro pubblico? È stata chiesta agli operatori dello spettacolo o ai rappresentanti delle loro categorie, Agis/ Assomusica e altre, un’opinione? Si è utilizzata la loro consulenza gratuita per l’elaborazione del progetto? Credo di no e credo non siano state valutate le esigenze delle nuove generazioni per forme di intrattenimento moderne e linguaggi contemporanei, privilegiando il passato soprattutto istituzionale. 
Per esempio penso: all’esigenza di spazi nei quali allestire, a proprie spese, strutture temporanee viaggianti che nel mondo presentano spettacoli multidisciplinari, di grande appeal per un pubblico internazionale e intergenerazionale; all’esigenza crescente di strutture per un pubblico infantile e adolescenziale, che partecipa in massa ad eventi musicali in spazi studiati per adulti, con i disagi del caso; all’esigenza di spazi all’aperto con capienza variabile da 1.500 a 6.000 persone per concerti, family show, spettacoli di edutainment, teatro moderno e danza; all’esigenza di ricreare le reali opportunità per la crescita di piccoli club e locali dove suonare con impianti adeguati e senza che il gestore rischi guai vari perché ospita musica dal vivo; all’esigenza di riattrezzare i parchi milanesi con i vecchi palchi stile Teatro Burri del Parco Sempione, dove suonare musica da camera, jazz, pop, folk e far recitare compagnie di teatro da piccolo palcoscenico; alle tante altre esigenze che la città manifesta e metterà in luce in futuro. 
Siamo proprio sicuri che sia più importante spendere 16.5 milioni di euro (per ora…ricordiamoci del Teatro Strehler) per far rivivere un Teatro che sicuramente ha segnato un pezzo di storia di questa città, ma che forse ha anche fatto definitivamente il suo tempo? 
Io il dubbio ce l’ho. 

Claudio Trotta
Barley Arts

Convocazione Consiglio Direttivo 7 marzo 2014

Roma, 3 marzo 2014
Ai Componenti
Il Consiglio Direttivo
Loro sedi

Oggetto: Convocazione Consiglio Direttivo.

Cari Consiglieri,
il Consiglio Direttivo di Assomusica è convocato per il giorno venerdì 7 marzo p.v.

a Milano, presso la sede Agis, sita in Via Luigi di Savoia 24.

La riunione avrà inizio alle ore 11.30 e il termine è previsto entro le ore 17.30.

All'Ordine del Giorno, i seguenti punti:

1) Servizi agli Associati e ristrutturazione uffici Assomusica;
2) Analisi della bozza di bilancio consuntivo 2013
3) Proposta di una pubblicazione in collaborazione con Buffetti Editore;
4) Proposta di collaborazione con la società Euradia per la partecipazione al programma Europa Creativa 2014-2020;
5) Esame richieste di trasferimento benefici;
6) Esame richieste di adesione a socio;
7) Varie ed eventuali.

In relazione alla discussione di cui al primo punto è prevista la presenza dell'avv.to Frittelli.

Confidando nella Vs. presenza e puntualità ed in attesa di incontrarVi, colgo l'occasione per porgerVi cordiali saluti.

Il PRESIDENTE

UN CONTRIBUTO DI GAIA MAMONE

Venerdì 28 febbraio, nella raccolta e incantevole Aula Magna della Facoltà di Scienze Umanistiche di Genova, ho avuto l’onore di consegnare il premio “Borsa di Studio Franco Mamone” a Debora Fugazzi, meritevole vincitrice grazie all’elaborato “LA CONTROCULTURA EDITORIALE IN ITALIA TRA ANNI ‘60 E ANNI ’70”, titolo che prelude l’estensione di affascinanti temi ed evoca storie cariche di significati.

E’ stato davvero un piacere, non di circostanza e senza retorica.

Ho condiviso un momento importante con interlocutori coinvolti e vivaci che hanno dato vita ad un dibattito intenso e mai banale sul ruolo della musica nella vita dei giovani di ieri e di oggi, sull’analisi di quello che ai giorni nostri può essere definito “controcultura”, sull’evoluzione e sulle prospettive dell’industria di produzione eventi. Tutti argomenti cari a mio padre, che nella mia mente proietto ancora impegnato a cercare, inventare e progettare nuovi percorsi o intercettare e supportare le idee di una nuova generazione di promoter a cui dare spazio e luce. E mi sono sentita a casa.

Grazie a Vincenzo per quanto detto sul mio papà e Grazie ad Assomusica che, anno dopo anno, non dimentica e rinnova questo appuntamento assolutamente non scontato, come mai lo è un ricordo, che a questo proposito vorrei condividere con tutti voi:

 
"Sono nata il 23/07/1976, di venerdì.

So di certo, grazie alla memoria di mia nonna, un po’ fragile e impolverata da 94 anni di storie, nomi, date e luoghi che si sovrappongo, che mio padre, quel giorno, non c’era.

Era in tour con la PFM in luogo imprecisato che le “cronache di internet” non hanno saputo restituire, ma li davano, la sera del 22, all’ALTRO MONDO STUDIOS, a Miramare di Rimini. Eravamo in pieni anni 70’. In quel periodo PFM,  BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, AREA e i tanti progetti  al presente e al futuro, erano la sua seconda famiglia. Forse la prima.

Sono gli anni di cui parla, in buona parte, l’elaborato di Debora Fugazzi, vincitrice della borsa di Studio intitolata a mio padre, Franco Mamone. Sono gli anni in cui non c’ero, che non ho accarezzato, che ho a malapena respirato in qualche particella dell’aria di casa. Un’aria che stava già cambiando.

Nella tesi di Debora, che ho letto con il coinvolgimento e il desiderio di chi vuole avere il suo frammento di quei tempi così affascinanti e avvincenti, ho dato significato a parole come “controcultura”e “progressive”; per me piccola e teorica consegna di un tassello mancante della mia storia,  per mio padre vita vera vissuta con slancio vivace, curioso e carico di aspettative di cui era imbevuto quel periodo. Le fondamenta e i fondamentali della sua opera.

L’elaborato, dal forte contenuto sociologico/antropologico, è stato affrontato da Debora con grande trasversalità e contestualizzato su più fronti, toccando al contempo storia, politica, costume e comunicazione; la forma è risultata scorrevole, immediata , senza orpelli di cui l’argomento non aveva necessità.

Un lavoro che ha toccato anche una dimensione più intima e personale, accompagnando il mio pensiero all’ambiente e al clima in cui mio padre “inventò” il suo mestiere, alle difficoltà e alle contraddizioni di quegli anni così particolari ma così pieni di passione e intensità. L’ho rivisto, un pò in ogni pagina, giovane promoter pieno di entusiasmo. 

Un ringraziamento speciale a tutti i membri di Assomusica e a quanti contribuiscono a mantenere vivo il ricordo di mio padre."

Gaia Mamone

 

 

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