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Il Sole 24 ore: Diritto d’autore, cercasi concorrenza all’europea

Cesserà il monopolio Siae dei diritti d’autore? Oppure il faticoso recepimento delle indicazioni europee rafforzerà la posizione della Società italiana autori ed editori? Il confronto è serrato e l’ultimo colpo di teatro, quattro giorni fa al Senato, è stata l’interpellanza al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini da parte di sei parlamentari di schieramenti diversi, che chiedevano una spinta più decisa verso la liberalizzazione, un tavolo tecnico sulla riforma e una commissione ministeriale per verificare la gestione dell’ente. Ma poche settimane prima c’era stato l’annuncio del rapper Fedez, passato da Siae alla concorrente Soundreef. Con seguito di polemiche, accuse di strumentalizzazione e dichiarazioni incuriosite di tanti illustri colleghi. 

La Siae, ente pubblico economico a base associativa che in Italia si occupa di protezione, esercizio e intermediazione del diritto d’autore, esiste da 134 anni, quando nel consiglio direttivo sedevano Giuseppe Verdi e Giosuè Carducci, ma probabilmente mai come negli ultimi due mesi è salita al centro dell’attenzione. Merito del dibattito intorno al recepimento della Direttiva Barnier, la 2014/26 con cui la Commissione Ue ha inteso modernizzare la gestione collettiva del diritto d’autore, così da assicurare piena competizione tra le società di collecting operanti nei diversi Stati dell’Unione. In linea con la tradizione del Paese di guelfi e ghibellini, ci si è presto divisi tra chi è per la conservazione del monopolio di Siae e chi a favore dell’apertura a soggetti concorrenti. L’interpretazione della Direttiva Barnier, d’altra parte, non è univoca: afferma il principio di concorrenza tra le diverse società di raccolta dei diversi Paesi Ue (un autore italiano può decidere, cioè, di farsi tutelare da un gestore tedesco o spagnolo) o punta all’apertura dei singoli mercati nazionali a più operatori com’è da sempre, per esempio, in Inghilterra, dove c’è un mercato aperto con un leader assoluto (Prs), o negli Usa dove c’è Ascap che compete con Bmi e Sesac?

Il cammino della legge di recepimento 

In quest’ultima legislatura gli orientamenti politici sembravano inizialmente indirizzati in questa direzione, con Ddl come quelli presentati dagli onorevoli Francesca Bonomo e Andrea Romano. Dal 2013 a oggi il Parlamento ha lavorato molto sul tema (17 le iniziative di legge), eppure si è arrivati al 10 aprile 2016, termine per recepire la Direttiva Barnier, senza una legge di recepimento. La macchina del legislatore ha ora accelerato nella direzione indicata dal ministro Franceschini in Parlamento: «Dobbiamo avere la consapevolezza – diceva Franceschini – che se il mercato della creatività ha una dimensione europea, l’Europa diventa il più grande produttore di contenuti, con una forza contrattuale enorme. Se si va verso questa direzione, non ha senso scomporre la parte nazionale. Va fatto invece un lavoro urgente di profonda riforma della Siae». E così la Camera ha licenziato un testo di recepimento della Direttiva che non supera il monopolio Siae, ma interviene su quest’ultima affinché garantisca «idonei requisiti di trasparenza, efficienza e rappresentatività, comunque adeguati a fornire ai titolari dei diritti una puntuale rendicontazione dell’attività svolta nel loro interesse». Due settimane fa il provvedimento è arrivato al Senato. Si ipotizzava un varo rapido ma l’interpellanza di giovedì scorso ha rimesso tutto in discussione.

Il confronto tra le parti 

Intanto si serrano le fila dei due schieramenti contrapposti: 300 imprese del digitale scrivono al premier Matteo Renzi perché cessi il monopolio di Siae; ma la società presieduta da Filippo Sugar, discografico indipendente ed editore a capo della label di famiglia, incassa le lettere di sostegno delle associazioni delle etichette indipendenti e del Consiglio internazionale degli autori. A colpo però risponde colpo e chi sostiene la liberalizzazione totale del mercato italiano punta il dito verso problematiche storiche di Siae, spesso divenute oggetto delle cronache: da un sistema di ripartizione dei diritti spesso forfettario e quindi poco trasparente all’eccessiva discrezionalità degli agenti durante i controlli, da investimenti non proprio in linea con il core business e per giunta fallimentari (i titoli Lehman Brothers) all’alta frequenza di rapporti di parentela tra i dipendenti. Sugar si ribella di fronte alle generalizzazioni: «Con il 2013 – spiega – è cominciato un nuovo corso. Non nego che ci fossero problemi prima e chi mi conosce sa che da imprenditore mi sono espresso in termini inequivocabili sul tema». A lui il dibattito sulla liberalizzazione appare però «surreale, intriso di demagogia e anti-storico. Il mondo sta andando verso le concentrazioni, non vedo perché l’Italia debba marginalizzarsi ancora di più indebolendo il soggetto che per più di un secolo ha gestito il settore».

Il nuovo corso di Siae 

Sugar parla di una Siae in profondo cambiamento, con gli incassi sul diritto d’autore saliti del 9,5% (+49,7 milioni rispetto al 2014), gli importi ripartiti (475 milioni) che rappresentano il 90% degli incassi da ripartire, i costi di gestione che scendono di 700mila euro, ossia dell’1% rispetto al 2014 e quelli per il personale – 1.250 addetti e 476 mandatarie per 10 sedi e 29 filiali – che calano del 3% (-2,3 milioni). «In compenso – continua – abbiamo investito 16 milioni in sviluppo, per i nuovi sistemi tecnologici che ci consentiranno una ripartizione sempre più trasparente e puntuale dei diritti». Che ne pensano le imprese che quotidianamente si confrontano con il tema? Per Enzo Mazza, presidente di Fimi, l’associazione delle major discografiche, «l’Italia deve mettersi al riparo da uno scenario di polverizzazione del mercato. Quattro anni fa abbiamo avuto l’esperienza della liberalizzazione dei diritti connessi (i diritti per chi non è l’autore, ma partecipa a una determinata opera, ndr.) che ha portato soltanto confusione. Sono gli utilizzatori stessi a chiedere ordine». Laico l’approccio di Vincenzo Spera, presidente di Assomusica, associazione dei promoter, per il quale «il problema non è fare una battaglia ideologica su Siae, ma ottenere dal legislatore una reale modernizzazione della gestione del collecting, nel senso di maggiore trasparenza e puntualità. Mi pare che i propositi riformatori del legislatore siano buoni. Il tema è vedere come questi propositi verranno tradotti in fatti concreti». Con il collecting del resto non si scherza: vale il 30% dell’intero mercato discografico nazionale. E in tutti questi anni è cresciuto, nonostante la crisi del settore.

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Andrea Biondi e Francesco Prisco