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L'associato Ruggero Pegna ricorda Dario Fo su The Post Internazionale

Faccio del mio meglio per essere come sono, ma tutti vogliono che sia come loro!” asseriva Bob Dylan.

Non valeva solo per lui. O si amano o si odiano. Si dice spesso così degli artisti, che siano poeti o pittori, che siano scrittori o attori, comici, musicisti.

Quando l’uomo e la sua arte sono più originali e complessi, capita spesso che sul loro conto ci sia una forte divergenza di opinioni, a causa della soggettività di gusti, sensibilità, profondità intellettuale, appartenenza politica; ma, in un caso o nell’altro, piaccia o no, oggettivamente resta la sua arte. 

In realtà, in questa dicotomia di opinioni, per Dario Fo sarebbe comunque d’obbligo, anche per i detrattori, la via di mezzo, quella del rispetto e della stima, sia per l’uomo sia per l’artista. 

Una figura unica, speciale, forse irripetibile, certamente originale, creativa oltre l’immaginabile e, quindi, profondamente italiana, tanto da farsi gustare e riuscire a disgustare, capace di far ridere e commuovere allo stesso tempo, ma anche di non ottenere nessuno dei due effetti, perfino infastidendo; capace di indignare per forme e contenuti o per la sola incapacità di molti di comprenderlo. 

Come per un quadro inestimabile che può incantare, non piacere o lasciare indifferenti, per ogni forma d’arte il parere dello spettatore, che osserva e giudica, è legittimo, ma non può alterare, in più o in meno, il valore oggettivo di ciò che ha un riconoscimento universale. 

Nel caso di Fo, il Premio Nobel sgombera il campo da ogni libera interpretazione sull’uomo e la sua Opera, collocandoli, senza se e senza ma, tra quelli meritevoli di finire nei libri di storia di tutto il mondo, già solo per averlo ricevuto, lustro di un paese e della sua Cultura.

Gli italiani siamo strana gente, generosi e ingrati, un po’ vittime e un po’ autolesionisti, tutti critici e sempre più capaci di chi è e chi fa. A leggere molti commenti sui social, dopo la sua morte, si resta perplessi. 

Una corsa a dichiarare: “A me non piaceva!”. Gente da social, avrebbe detto Eco.

“Un Premio Nobel immeritato”, recitano molti di coloro che di Fo, probabilmente, non hanno visto e letto nulla, fino a sciorinare l’elenco delle adesioni politiche della sua vita che, secondo alcuni, sono prova d’incoerenza, scelte sbagliate e opportunismo, aspetti in ogni caso poco correlabili con genialità e arte. 

Un artista dal talento poliedrico, sganciato da ogni schema, da ogni complesso e condizionamento, non può arrivare a chiunque; credo che anche lui ne sia stato pienamente consapevole. Quanto sono più onesti il suo spirito e la sua mente, tanto meno si preoccupa di piacere a tutti e tanto più vera è ogni sua espressione artistica, senza mediazioni e compromessi. 

Dario Fo, piaccia o non piaccia, merita rispetto innanzitutto come uomo, per la capacità di guardare al resto dell’umanità con l’occhio sprezzante e irriverente di chi, per nulla abbagliato dai riflessi di ricchezze e potere, ha scelto le strade della difesa di semplici, umiliati e indifesi, delle battaglie sociali e dell’avversione all’arroganza, a ogni forma di violenza, ai tanti razzismi.

Fo amava definirsi giullare, con sincera umiltà, in modo quasi discreto, sicuramente consapevole della sua molteplicità artistica ma senza spocchia. 

Molti, con cattiveria, abusano oggi di quel termine per sminuirlo, senza comprenderne il vero significato: quello di un artista fantasioso e umano, capace di unire letteratura colta e popolare, comicità e teatro, musica e pittura; sempre pronto a salire sul carro di qualsiasi battaglia civile, fedele ai veri valori di coerenza che sono quelli dell’impegno, dell’onestà e dei sentimenti. 

Forse per questo, deluso da ogni appartenenza, era sempre alla ricerca di nuovi orizzonti.

Non criticare ciò che non puoi capire”, diceva Bob Dylan. E non a caso, prima di partire, Dario Fo ha ceduto proprio a lui il Nobel speciale, quello che molti non possono comprendere.