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Lavoratori dello spettacolo dal vivo: Ministro Bonisoli, fai presto

Da decenni ormai è complicatissimo lavorare nel pubblico spettacolo e sarebbe bene non perdere altro tempo. Ecco come funziona la nuova legge, spiegata dal senatore Roberto Rampi

 

Siccome ogni rivista che si rispetti ha usato almeno un “fate presto” come titolo, anche noi ci accodiamo e lo facciamo su un tema che sentiamo particolarmente: verso la fine della scorsa legislatura ha finalmente visto la luce la Legge sullo Spettacolo dal Vivo. Non sappiamo quanti siano realmente i lavoratori di questo settore (si stima che siano convolte circa 250.000 persone), ma ciò che è certo è che per lo Stato fino ad alcuni mesi fa erano fantasmi. Questa legge è prima di ogni altra cosa una rivoluzione culturale, perché “riconosce il valore delle professioni artistiche e la loro specificità, assicurando altresì la tutela dei lavoratori del settore”.

È stata fortemente voluta dall’ex Ministro dei Beni Culturali Franceschini, ma il suo vero padrino è il PD Roberto Rampi, Senatore 40enne di Vimercate che si è fatto le ossa lavorando proprio in questo ambiente. Ovviamente fatta la legge trovato l’inganno, o meglio trovato il decreto attuativo da fare, perché se il Parlamento ha dato le linee di indirizzo (riconoscimento dei lavoratori, snellimento delle normative, tax credit, art bonus, fondi, previdenza etc etc), ora la palla è in mano al governo, che deve concretizzare il tutto. Abbiamo incontrato proprio Roberto Rampi per farci spiegare ogni dettaglio e per chiedere al nuovo ministro Bonisoli di fare presto, prestissimo, perché da decenni ormai è complicatissimo lavorare nel pubblico spettacolo e sarebbe bene non perdere altro tempo. Voi direte che con tutti i problemi che ci sono, lo spettacolo dal vivo non è esattamente una priorità. Certo, siamo Rolling Stone, ma non siamo fuori dal mondo e anche noi capiamo che c’è altro di più urgente, ma non ci piace il benaltrismo e allora diciamo che si possono fare più cose contemporaneamente. Questa, noi, la chiediamo con forza.

Il Senatore del Partito Democratico, Roberto Rampi

Che ne dici, Senatore? 
Dico che è vero, si deve fare presto perché si è già aspettato troppo. E poi sai, non è che questi non siano lavoratori come gli altri, da tutelare. C’è l’idea per cui chi fa un lavoro bello, allora non deve avere diritti, può aspettare. E poi diciamocela tutta: i lavoratori dello spettacolo non sono solo quelli che stanno sotto i riflettori, ma anche quelli dietro le quinte. Sono tantissimi, ma nessuno li vede: chi monta i palchi, chi sposta le casse, i tecnici, i promotori, il personale di sicurezza e molti altri.

Cosa c’era prima di questa legge?
Niente. C’era solo il Fondo Unico per lo Spettacolo, che regolamentava le erogazioni dei contributi e che, giusto per fare un esempio considerata la rivista in cui ci troviamo, toccava solo molto lateralmente la musica contemporanea, che è sempre stata considerata di serie B.

E chi gioca invece in serie A?
A livello di fondi la lirica e in parte la classica. Culturalmente anche il teatro e la danza, anche se poi a livello economico vengono dimenticati. Al contrario invece c’è la convinzione che il divertimento non vada d’accordo con la cultura. Pare che per forza di cose un luogo dove il pubblico canta con l’artista, magari balla e suda, non faccia parte del patrimonio intellettuale. Ma non è che debba essere sempre tutto polveroso e faticoso: uno può anche uscire divertito da uno spettacolo teatrale e non sentirsi per forza in colpa.

Quali sono gli assi portanti della legge? 
Più di uno, anzitutto la semplificazione. Dice che bisogna fare una normativa dedicata, con poche e chiare regole, specificatamente per gli spettacoli dal vivo, perché quella di oggi deriva da altri settori.

Fami un esempio concreto. 
Uno banale: se monti un palco è come se stessi facendo un cantiere e questo è un grande problema per gli organizzatori, che nel migliore dei casi sprecano tempo e risorse dietro a queste pratiche, nel peggiore rinunciano. Gli operatori devono essere tutelati da questo punto di vista e questo è uno dei principali problemi che abbiamo affrontato. Gli investimenti vanno incoraggiati, non fatti viaggiare su un percorso a ostacoli.

Effettivamente nessuno ci pensa mai che dietro all’arte ci sono investimenti con regole ben precise, bilanci, conti da far quadrare.  
Perché c’è questa malsana convinzione, che abbiamo ribaltato, che la cultura sia angelica e debba stare lontana dal denaro. Che se si fa business e mercato, e magari i bilanci sono in attivo, allora non è cultura. Per agevolare le imprese infatti con questa legge abbiamo attuato anche nello spettacolo dal vivo il Tax Credit, che mette a regime benefici fiscali per chi investe in questo settore.

Anche perché diciamoci la verità: ci sono ancora industrie musicali e anche singoli artisti che fanno i soldi, ma in generale questo mondo è molto cambiato. I fasti sono un antico ricordo.
In un certo senso stiamo tornando alle origini. La musica popolare in Italia è partita facendosi conoscere nelle piazze e nelle osterie, e solo dopo che aveva già un pubblico di riferimento veniva presa in considerazione dalle case discografiche. C’era, diciamo, una selezione dal basso. Poi l’industria discografica è cresciuta, è diventata un gigante e ha iniziato a dettare le regole, fino a costruire gli artisti a tavolino. Ovviamente anche questa bolla è esplosa e adesso si è tornati a cercare il pubblico, persona per persona.

E il numero di chi oggi cerca di fare questo mestiere è cresciuto esponenzialmente. Certo sono in pochi a riuscire a campare di musica o teatro: questa legge in che modo si occupa di loro?
Stabilendo come priorità di garantire loro un pezzo di welfare, una copertura nei periodi non lavorati, che in questo mestiere sono nell’ordine delle cose. Per la normativa un musicista lavorava solo nel momento in cui saliva sul palco, perché lì apre la sua posizione e quindi lavora al massimo 2 ore. Ovviamente non è così: se c’è un tour, che sia di 1, 10 o 100 date, questo va preparato. Gli artisti non lavorano solo in quelle giornate. Dunque per prima cosa va trattata la questione previdenziale, perché uno che per lo Stato lavora 30 giorni l’anno, anche se versa i contributi non andrà mai in pensione. Questa legge dice che si deve riconoscere anche il lavoro “fuori dal palco”, con un calcolo forfettario di giornate, in modo da garantire in futuro una pensione a queste persone. Poi c’è un indirizzo più strettamente legato al welfare: un’ipotesi potrebbe essere di utilizzare un pezzettino di quello che già paghi allo Stato per un fondo che copra il periodo non lavorato, magari a scalare. In quel periodo, anche se magari le cose non vanno bene, questo fondo potrebbe essere utilizzato per pagare gli artisti per fare formazione, ad esempio.

Fammi fare l’avvocato del diavolo: perché era necessario creare la categoria dei lavoratori dello spettacolo?
Perché c’è uno specifico in loro: la discontinuità è la norma e non è sbagliato che lo sia. Non è un dipendente, ma non è nemmeno un imprenditore. Averlo individuato come categoria specifica, e avere previsto che nasca un codice, è importantissimo. Va tutelata la funzione sociale della cultura, perché prima della democrazia c’è la cultura. Prima la gente si parla, scambia opinioni e visioni, e solo dopo nasce la democrazia.

Andiamo avanti. Che altro?
Abbiamo esteso l’art bonus a tutti i soggetti riconosciuti dal Fondo Unico per lo Spettacolo, che sono tanti.

Come funziona?
Che se tu finanzi uno di questi soggetti hai il 65% di sgravi fiscali. Insomma se un mecenate decide che vuole sostenere il teatro della sua Città perché lo ritiene importante, può detrarre il 65% dalle tasse e questi contributi devono essere dichiarati in maniera pubblica da chi li riceve, quindi si può capire dove finiscono i fondi.

Solitamente però quando ci sono agevolazioni fiscali e normative, paradossalmente per accedervi si deve fare il diavolo a quattro. Come fanno gli operatori a sapere come muoversi?  
Questa legge è scritta in modo semplice, la capirebbe anche un bambino. E la parola d’ordine è semplificazione. Su questo ho una proposta che riguarda la SIAE.

Cosa c’entra la SIAE? 
Ti spiego: anzitutto preciso che io sono uno strenuo difensore del diritto d’autore, perché non è una tassa, ma il riconoscimento del lavoro fatto. È un diritto fondamentale per gli artisti e se non lo tuteliamo prima o poi i contenuti nessuno vorrà più produrli. Detto questo oggi la SIAE ha centinaia di sportelli in Italia, ma con l’informatizzazione il lavoro è diminuito perché molte cose si fanno online. Sarebbe bello che si trasformassero negli sportelli unici dello spettacolo dal vivo, un luogo dove chiunque voglia realizzare un concerto possa andare lì e trovare una persona competente che ti aiuta in ogni passaggio, senza dover andare in 50 uffici diversi, e che ti parla delle opportunità fiscali. Milano lo ha sperimentato durante EXPO e poi lo ha reso stabile. C’è anche in altri territori, ma la capillarità di SIAE sarebbe ottimale e sarebbe già tutto pronto.

Venendo al dunque, Senatore Rampi, cosa diciamo al Ministro Bonisoli?
Che il Parlamento ha fatto le linee guida, ma è lui che ha in mano il potere di attuare questa legge. Per lui è anche un’occasione, no? Bonisoli viene dal privato e sa cosa vuol dire dover far quadrare i conti in ambito culturale. L’impresa è tutta degna di esistere, ma il lavoratore della cultura in particolare produce un bene pubblico, collettivo. Con il suo lavoro svolge un pezzo della funzione dello Stato. Vogliamo almeno non complicargli la vita?