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L’esperto di dati Bernard Marr spiega come cambiano il mondo della musica

I servizi di streaming online come Spotify sembrano avere, almeno in parte, rappacificato l’industria musicale con chi usufruisce dei contenuti fornendoli gratuitamente, o quasi, e pagando allo stesso tempo i diritti. Al momento, però, sono entrati in gioco anche i big data, i dati che permettono di analizzare i gusti degli utenti e portare, ad esempio, alla creazione di playlist personalizzate automatiche.

Ora, insomma, i dati possono arrivare all’industria musicale permettendo di capire chi compri gli album, come spiega l’esperto di dati Bernard Marr sul sito Huffington Post. Già dal 1999 è in corso il programma Musical Genome Project, che per ogni canzone nel database, 30 milioni al momento, segna fino a 450 tipi di dati come il sesso del cantante, gli strumenti in uso o il ritmo. Questo permette anche di arrivare a un algoritmo che classifichi chi può volere ascoltare una certa canzone.

Non solo: una ricerca dell’università di Anversa è riuscita a prevedere, usando proprio i dati dal 1985 al 2014, la posizione che un certo album dance avrebbe ottenuto nella relativa classifica di Billboard con un’accuratezza del 65 per cento.

Anche cantanti come Taylor Swift stanno cercando di utilizzare i dati per i propri concerti. L’interprete americana ha per esempio fornito ai suoi fan, durante il tour, braccialetti a led che pulsavano a ritmo con la musica, cambiando anche colore. Nel frattempo, Marr specifica come Internet abbia aiutato anche band meno conosciute a trovare una fanbase, grazie ad esempio a Youtube, o a raccogliere fondi con il crowdfunding.